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domenica 11 febbraio 2018

Goccia dopo goccia

L’ho fatto tante volte. Riempire gli spazi, in cui non riuscire ad identificare un punto d’inizio ed una fine. Così, con una goccia dopo l’altra, credevo di riempire il bicchiere. A volte ho aspettato lo facesse il tempo, raramente è stato il tempo ad aspettare me. 

Ci vuole pazienza a riempire la vita con un contagocce. Troppa fantasia ad immaginare il mondo riflesso in una goccia che brilla solo in controluce. Follia, un pizzico, a credere che possa bastare, ma resilienza, smisurata, per convincersi che, goccia dopo goccia, il mare non sia poi così lontano.

Allora, ho riempito il contagocce, l’ho agitato sino a svuotarlo tutto in una volta. Credevo bastasse un unico grande sforzo. Ma non sono riuscita a sentire il rumore del mare, delle sue onde che battono alle pareti rocciose per poi perdersi nell’aria, tornare indietro e ricominciare tutto da capo.

Così, ho riempito il contagocce, prestando attenzione. Al modo, alla misura, al tempo. Un gesto svelto, preciso, di un secondo appena. Istanti intervallati da silenzi così lunghi da sembrare quasi eterni, prima di essere interrotti da un altro istante, in cui la goccia si posa sul fondo del bicchiere, potendone avvertire persino il rumore. Ma il mare mi è apparso sempre troppo lontano.

Ho pensato, per un breve periodo, che ci si dovesse appropriare di uno strumento per equilibrare la vita, così da farla sembrare lineare in cui addirittura le sbavature riescono a seguire una linea retta. Uno strumento con cui misurare lo spessore delle persone da avere accanto, così da poter essere presenti ma non troppo. Uno strumento con cui misurare le relazioni, che avessero la parvenza di qualcosa di umano, senza necessariamente esserlo, restando in superficie. 

Uno strumento per essere cauti, ma non troppo.
Per fare delle scelte, ma non quelle che fanno paura.
Per concedersi, solo a piccole dosi.
Per immergersi in acque che abbiano la giusta temperatura, mai troppo calde o gelate.
Per arrivare a metà, tra la superficie ed il fondale, così da essere pronti a tornare indietro.
Per essere coraggiosi, senza però mai commettere sciocchezze.
Per dire sempre la cosa giusta al momento giusto.
Per credere solo alle parole scalfite sui muri, non a quelle sulla sabbia portate via da una folata di vento.
Uno strumento per discernere una sagoma da una persona, un volto da lineamenti facciali che esprimano un’emozione qualsiasi sia l’espressione assunta.

L’ho fatto, prima di capire che quello strumento non aveva nulla a che fare con me. Così, ho cominciato a credere che non dovessi farmi piacere necessariamente quello a cui per natura non mi sarei nemmeno mai accostata. Solo per riempire uno spazio. Ed è stato allora che ho appurato che ho sbagliato, senza credere però di aver commesso necessariamente un errore, perché poi ho imparato. 

Tutte le volte che ho usato il contagocce per voler essere cauta, quando forse avevo solo paura di fare delle scelte importanti. Quelle che poi sono esplose, alcune soltanto in un gran fracasso, altre in fuochi d’artificio colorati durati solo pochi minuti, di quelli che però agevolano lo slancio. Altre ancora silenziose, di quelle che però riesci a scriverti dentro, diventando non uno strumento ma un punto da cui partire con cui misurare la vita. 

Così ho sbagliato, tutte le volte che ho creduto di dividermi in dosi, perché sono una persona, tutta intera. Tutte le volte che ho voluto constatare la temperatura dell’acqua prima di immergermi e tutte le volte che sono rimasta a metà, tra la superficie ed il fondale. Perché alla paura di scottarmi, di gelarmi, di non riuscire a tornare indietro, ne è sopraggiunta un’altra: quella di non vivere abbastanza.

Così ho sbagliato, come tutte le donne convinte di possedere un’innata insicurezza, a temere di commettere sciocchezze. Il coraggio non è mai sciocco, ma consapevole che essere umani significa non essere esenti da errori, ma provarci comunque. 
Così ho sbagliato, a credere solo alle parole che sembravano eterne perché scalfite nella pietra, perché il tempo le consuma, anche quelle. Ed ho sbagliato, tutte le volte che mi sono imposta di capire chi avessi di fronte, perché anche a quello ci penserà il tempo. 

Così ho sbagliato, ma poi ho imparato. 
Che non sarò mai quella persona dedita a misurare il tempo, le persone, me stessa.
Che non ho bisogno di riempire il mio tempo, perché il mio tempo è tutto ciò che conta: non vuole che riempia vuoti con vuoti, che sia precisa a centellinare ogni singola goccia, che lo svenda con ciò che non voglio, che non trasmette, che non mi sa di vita.
Che non si può immaginare il mare se non si riesce prima a crearselo dentro.

Me ne dovevo liberare e adesso riesco a sentirlo.
Che con le sue onde batte violentemente contro le pareti di una scogliera, per poi perdersi nell’aria, tornare indietro e ricominciare tutto da capo.
Riesco a sentire il rumore delicato di quelle che sul bagnasciuga riescono a toccare a malapena i piedi che sprofondano nella sabbia umida.
Riesco a sentire il profumo della salsedine.
Il tiepido calore di una giornata di fine estate.
I colori pastello del sole che si nasconde all’orizzonte.
Il mare. Adesso riesco a vederlo.

giovedì 7 dicembre 2017

Con dignità

Ho sempre pensato al concetto di dignità come ad un qualcosa dai colori pastello, quelle tinte tipiche primaverili, fresche, di quelle che messe insieme donano lucentezza, pur essendo di una semplicità disarmante. Ho sempre reputato fosse importante, la dignità.

Mi è stato insegnato così ed è forse per il senso di responsabilità che si impossessa di me ogni qual volta mi imbatto nell’ennesima lezione che la vita vuole impartirmi che l’ho posta in cima alle priorità, come qualcosa di indissolubile. Di colorato. Di fresco. Di lucente. Di semplice. Come tutte le cose che ancor prima di offrire una forma, definiscono la nostra sostanza. Quella che si pone come una bussola per qualsiasi cosa, dalle azioni ai pensieri.

Non credo abbia a che vedere con il fare sempre la cosa giusta, piuttosto ciò che ci si sente di fare. Ha a che fare con quello che siamo, perché l’abbiamo imparato a nostre spese o semplicemente lo siamo diventati, con il tempo.

Allora dare forma ad ogni tipo di emozione che si prova sarà dignitoso, solo se la forma applicata ci rispecchia. Perché, in fondo, la dignità è il rispetto che ciascuno avverte nei confronti di se stesso. Per questo motivo, è anche verità. La dignità è soprattutto verità.

Ed è sulla base di questo principio che, col tempo, ho imparato ad impossessarmene, e a rispettarla, come il bene più prezioso che decidi di custodire gelosamente in uno scrigno chiuso con un lucchetto, per evitare che qualcuno lo apra e decida di farne ciò che vuole.

Oggi, alla mia dignità ho posto un’etichetta con sù scritto il mio nome e cognome.
Non potevo farlo prima.
Dovevo imparare a contare tutti i miei sbagli e a non percepirne il senso di colpa, ma riderne, a crepapelle, al punto da volermene concedere un altro.
Dovevo imparare a rischiare e accettare tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate, e che per loro natura sono imprevedibili. Ma chi osa, vince. Sempre, a qualsiasi prezzo.
Dovevo imparare a salire sul giusto gradino, mai uno più in basso per agevolare chi, intanto, avrebbe avuto una visuale migliore della mia.
Dovevo imparare a pensare non soltanto a me, ma anche a me, soprattutto a me.
Dovevo imparare ad amarmi nella mia imperfezione.
Dovevo imparare a darmi un valore che si sposasse a pieno con i miei desideri, e a pensare di meritarmelo.
Dovevo imparare a non sentirmi sbagliata, ma me stessa. A non sentirmi sbagliata per gli altri, piuttosto giusta per me stessa. 

Allora, la cosa più importante che ho appurato, é che questo senso di dignità ti fa sentire integro, tutto intero, senza pezzi mancanti che non siano ulteriori frammenti che sovrapporrai ad altri già esistenti, mai per completarti, ma per la bramosia di sapere qualcosa che ancora ignoravi, di conoscere qualcosa che non avevi ancora sperimentato, per aggiungere un colore che sulla tua tavolozza non avevi ancora posto.
Non ti fa desiderare l’approvazione altrui, perché la verità non ne ha bisogno.

Mi è capitato, varie volte e sotto forme diverse, che venisse presa come bersaglio. 
Perché esistono, secondo me, diverse forme di violenza applicate da uomini vili, e non solo.
Ma quella più grave, è quella che c’é ma non si vede. Quella che serpeggia, senza far troppo rumore, perché mira ad indebolire il bene più prezioso custodito nel tuo scrigno.
Allora non ci saranno porte che sbattono.
Urla in grado di abbattere pareti.
Non é quella violenza del ‘ti distruggo ogni cosa’.
Nemmeno quella degli ultimatum.
Non é quella che ha una data d’inizio ed una scadenza.
Quella che mette in luce un problema e, nel bene o nel male, tende alla ricerca di una soluzione.
E nemmeno quella in cui prevarica chi alza di più la voce.
La conosco, molto bene.

Ma ho imparato a conoscerne anche un’altra, proprio quando i semi piantati hanno dato vita ai primi boccioli che non intendo abbandonare, ma continuare ad innaffiare affinché divengano dei bellissimi fiori.

In questo caso le porte sono già chiuse, non occorre che le sbatta qualcuno.
Esistono silenzi che sanno quasi di eternità.
Non c’é alcunché da distruggere, perché non è stato mai costruito qualcosa di semplice.
Sembra non finisca mai, a patto che non sia tu ad alimentarla.
Quella in cui non esiste una soluzione, perché non ci sono nemmeno problemi.
Quella in cui serpeggia un senso di prevaricazione al solo scopo di demolire, perché si crede che la propria forza si faccia sulla pelle degli altri.
Quella che è finta, perché si nutre di pregiudizi, di bugie che ci si racconta al punto da immaginarle come unica via, di insicurezza.
Quella che come unica strada vede la prepotente ricerca di approvazione, perché non ci si sente interi ricercando in altri i pezzi mancanti, provando a staccarli, in qualunque modo, qualsivoglia sia il prezzo.

Sin da quando ero piccola, mia madre mi ha sempre detto di non dover ricambiare con la stessa moneta, quando ancora non ne comprendevo a pieno il significato. Oggi lo capisco, e la ringrazio, perché ho imparato a vivere tutto sino al midollo, per poi scrollarmi di dosso ogni cosa con un sorriso.

E anche perché, come tutte le madri, anche la mia aveva ragione, come sempre.
Così ho capito che non sarò mai quella donna che inarca le spalle e procede dritto e a passo svelto senza mai più voltarsi. Ma quella che si concede il lusso di inciampare, tante volte, prima di capire che vale la pena lasciar perdere. Mai con rammarico, ma conscia dell’unica verità osservabile. Con dignità, nonostante le ginocchia sbucciate.
Non sarò mai quella donna che si pone sul piedistallo, ma quella in grado di scendere ogni gradino, da sola, pur di trovare una soluzione, se esiste.
Non sarò mai quella delle mezze misure, delle emozioni contenute.
Quella che c’è ma non si vede. Piuttosto, quella che c’è ma può far finta di non esserci.
Non sarò mai quella del ‘poi vediamo, forse, può darsi’.
Non sarò mai quella che si nasconde dietro un dito. Non l’ho mai saputo fare, avrei voluto provarci, qualche volta.
Non sarò mai quella cui la mia dignità non sente di appartenere.


Ed è così, grazie a tutto questo, che mi concedo il lusso di sentirmi debole come un germoglio dei primi di marzo, e al contempo forte come un leone. Con dignità: tutta quella che ho, che sto facendo crescere e che ancora dovrà attendermi.
Che fantastica storia è la vita, cantava qualcuno. Con una certa dose di dignità, se lo crediamo fino in fondo, autenticamente fantastica, aggiungo io.

domenica 5 novembre 2017

Protagonisti

Essere protagonisti della propria vita significa riuscire a muovere le cose del mondo perché si è cominciato da se stessi.
Significa rimanere in piedi sul palco anche quando i riflettori si spengono.
Significa rintanarsi dietro le quinte solo per rimettersi in sesto.
Significa uscire, ma mai dalla porta di retro, solo attraverso quella principale da cui si è entrati.
Significa scegliere, ogni cosa, qualunque dettaglio.

Credevo di aver appreso tante lezioni fino ad ora, ma è come se me mancasse sempre una che avevo forse trascurato e che poi ad un certo punto la vita ti mette davanti e non puoi fare altro che assimilarla, tutta d’un fiato.

Così, un passo alla volta, sono salita sul palco.
Ho fatto attenzione a non inciampare.
Mi sono posizionata al centro.
“Schiena dritta”, qualcuno mi avrebbe urlato una volta.
Non credo che questa volta ci sia stato bisogno di ricordarmelo.
Credo che qualcuno mi abbia anche indicato una via di fuga, una di quelle uscite d’emergenza sul retro. Ho declinato l’invito a defilarmela, stavolta.
Piuttosto, mi sono concessa il lusso di svignarmela ogni tanto dietro le quinte, per poi tornare al centro del palco, anche a riflettori spenti.

Perché questa era una delle lezioni più importanti che non avevo ancora imparato.
Non per la sua sostanza, ma perché racchiudeva il senso e la misura di quello che vorrò imparare ad essere, di quello che un giorno o l’altro tutti dovrebbero imparare ad essere: protagonisti della propria vita.

Ho scelto io stavolta, ogni cosa, qualunque dettaglio.
Mi sono mossa per una ragione: quella di cambiare le cose del mondo partendo dalle mie.
Quello dove il più forte non é necessariamente il più scaltro, ma chi ha la pazienza di aspettare.
Quello in cui non esistono vincitori o perdenti, ma chi crede di non avere scelta e chi un’alternativa la trova sempre.
Quello in cui si impara a prendersi per mano, senza stringersela troppo, ma abbastanza da rimanere uniti.
Quello in cui si crede ancora in qualcosa.
Quello in cui per reggersi non serve altro che la forza della verità.

Non permettete mai a nessuno di fare leva sulle vostre debolezze, perché un giorno quelle diverranno i vostri punti di forza.

Non permettete mai a nessuno di dirvi che non siete abbastanza. Troppo magre, troppo grasse, troppo basse, troppo alte. Troppo poco, o semplicemente troppo. 

Non permettete mai a nessuno di tarparvi le ali perché siamo tutti nati per volare, ciascuno verso la propria destinazione.

E non permettete a nessuno di ripetervi che non avete scelta.
Scegliamo ogni cosa, ogni dettaglio.
Se essere ombre tra la folla, o protagonisti su di un palcoscenico, anche a luci spente, anche senza essere di fronte ad una platea attenta.
Perché, in fondo, certe scelte non le si fa allo scopo di guadagnarsi gli applausi, ma per amor proprio, per sentirsi non servi ma padroni della vita che ci è stata donata, per uscire di scena, forse, ma sempre dalla porta principale.

E alla fine conterà con quanta grazia ti sia concesso alle cose della vita, con quanta forza abbia resistito pur di non vederti defilato in un angolo, con quanta leggerezza d’animo abbia lasciato le cose a te non destinate, con quanta ostinazione ti sia posto al centro del palco consapevole di essere rimasto in silenzio troppo a lungo.


Forse il nocciolo della lezione era questo: sentirsi pronti per poterla assimilare e partire da qui, protagonisti di una vita che altrimenti sarebbe come perduta.

mercoledì 30 agosto 2017

Qualcosa che riscalda e al contempo rinfresca

L’altro giorno, mentre i miei piedi nudi toccavano l’erba fresca sottostante ed i raggi del sole mi accarezzavano la pelle, pensavo che è così che dovrebbe essere.
Tutto quello che appartiene già alla nostra vita.
Tutto ciò che abbiamo scelto ne faccia parte o che abbia scelto di inserirsi nella lista della nostra quotidianità senza passare alcun criterio selettivo, bensì seguendo un processo naturale.
Tutto quello che desideriamo ardentemente che possa entrare nel circuito delle cose di cui prenderci cura, per il semplice fatto che ci rinfreschi e che al contempo ci riscaldi.

È stato in quel momento, in quella contrapposizione di sensazioni, avvertendo la delicatezza dell’erba umida e la prepotenza di quel calore, così forte da farti sudare, che ho immaginato che così come nella vita si possa scegliere tra il bianco ed il nero, è possibile, nel passaggio tra i due estremi, fermarsi a metà strada per godere di entrambi, trovando una sfumatura che non lasci alcuna ambiguità né che sia eccessivamente sbiadita, ma condita dell’uno e dell’altro.

Forte quando è necessario, e debole quanto basta.
Impetuosa da far sentire la propria presenza, ma con la delicatezza che sia in grado di stemperare gli eventi per non percepirla ingombrante. 
Calda. Come una giornata di solleone in cui l’afa sembra toglierti il fiato.
Fresca. Come un venticello di fine estate.

Ed è così che intendo sentirmi d’ora in avanti. All’indomani di qualsiasi decisione importante che richieda una risposta secca, tra il bianco ed il nero, dentro o fuori, prendere o lasciare, tondo o quadrato, con o senza. Come una partita a scacchi al termine della quale ogni pedina ritorna al proprio posto, seguendo ciascuna il proprio ordine, per ricominciarne un’altra sapendo che alla fine ciascuna tornerà nel quadrante che gli spetta.

È così che vorrei sentirmi, per me stessa, ed anche in relazione ad altri.
Sono queste le persone che voglio.
Quelle che mi fanno sentire il calore di una giornata d’estate in cui la brezza ad un certo punto comincia ad accarezzarti in maniera inaspettata.
Quelle che scottano, ma che ti danno modo e spazio per mantenere i piedi nel terreno umido e percepire che il calore dell’altro non è un bisogno, ma un’aggiunta ad un valore preesistente, perché tu ci sei, esisti, non finisci, anche quando i raggi smetteranno di riscaldarti.
Quelle che senti perché lasciano su di te un segno, come il terreno bagnato che ti sporca le ginocchia quando tenti di rialzarti.

Quelle che se fossero profumo sarebbero orchidee.
Quelle che se fossero un rumore sarebbero mare.
Quelle che se fossero un colore sarebbero una tonalità di verde intenso, come risultato della combinazione del giallo e del blu.
Quelle che se fossero un momento da fotografare sarebbero un’alba, perché faranno pensare sempre ad un inizio, mentre i colori tenui del primo mattino si uniscono per divenire via via sempre più decisi. 
Quelle che se fossero un sentimento sarebbero amore, perché se lo porteranno dentro, lasciando che penetri senza alcun filtro in qualsiasi cosa che rifletta bellezza e, talvolta, trasformando, cose o persone o circostanze, per quel modo inusuale ma potente di trasmettere amore, in tutte le sue sfaccettature, in ogni sua forma che richiami alla memoria bellezza.

È come un bilancio. Una sorta di equilibrio. Precario, solo fin quando non si scopre la posizione che più ci rispecchi.
Al centro di un filo di spago legato a due angoli opposti a due metri dall’asfalto.
A metà strada, tra il bianco ed il nero, al solo scopo di non perdere niente e lasciare andare solo ciò che non conta.

Ciò che conta lo riconosceremo perché sarà ciò che ci farà star bene, aggiungendo valore senza mai intaccare il nostro.
Sarà qualcosa che avrà a che fare con l’intensità del nero, ma anche con la delicatezza del bianco.

Sarà qualcosa che riscalda e che al contempo rinfresca.

giovedì 1 giugno 2017

Il giusto valore delle cose

Quando penso all'azione del 'dare il giusto valore alle cose' immagino uno sguardo, forse smarrito, dietro i vetri di una finestra bagnati dagli schizzi di una pioggia sottile, teso a catturare qualsiasi cosa prenda forma all'esterno, trovando per ciascuna la giusta posizione. Quasi come a voler mettere ordine.

Cosa guardo, prima la pioggia o l'arcobaleno che di lì a poco catturerà il mio sguardo con le sue tinte variopinte, per durare anche solo pochi minuti?
Cos'è più importante?
Il mio sguardo, o le cose su cui si posa, quelle che questo tende a prendere con sé, come fossero parti di uno scenario da dipingere su tela.
Il mio sguardo, o ciò che questo tende a rappresentare.
Il mio sguardo, o quello che quest'ultimo vuole vedere. Perché sarà la nostra percezione delle cose a deciderne il valore, e quindi a catalogare ciò che vorremmo trattenere o lasciare andare via.

La percezione è lo stadio più importante del processo.
Quello che deciderà tutti i passaggi successivi.
Delicato al punto che potrà capitare di scambiare un fuoco per una lucerna, o viceversa, una luce fioca per il più bel fuoco d'artificio su cui il nostro sguardo si sia mai posato.

Ed è forse da questo che deriva l'incapacità a dare il giusto valore alle cose, così come alle persone, dove il concetto di 'giusto', per quanto soggettivo, deve rispondere ad una sola domanda: quanto ci amiamo, cos'è che ci fa star bene?

Il non sapersi mettere anche solo un dito più distanti da quella finestra, da cui, con il naso schiacciato ai vetri, pretendiamo di incamerare ogni cosa. 
Potremmo percepire gli schizzi di pioggia più grossi ed i vetri ancor più bagnati, forse.
Ma anche l'arcobaleno più colorato di quello che è realmente, come se le tinte risultassero decise nonostante, osservandole con attenzione, siano invece sbiadite, opache, poco vivaci.

Solo a qualche centimetro in più dalla finestra potremmo forse capirlo.
Che chi ci vuole bene ci farà star bene, ma che se non accadrà, dovremmo aumentare la dose del nostro amor proprio.
Che solo con la dovuta distanza riusciremo ad osservare meglio, attraverso delle lenti da indossare per capire cosa tenere stretto al nostro petto, e cosa far scivolare via.
Chi siano i mattoni destinati a diventare pilastri, e chi paglia destinata a divenire cenere.
Chi o cosa sia una luce fioca destinata col tempo a diventare il nostro faro, e chi o cosa non farà altro che abbagliarci al solo scopo di farci perdere la strada di casa.
Chi o cosa sia apparsa come una bollicina effervescente in un bicchier d'acqua destinata col tempo a fuoriuscire, o chi o cosa sia stato come una bolla che saliva per poi, ad un certo punto, perdere quota.

Ma se c'è una cosa che col tempo ho imparato, è che al di là delle paure di perdere, di incanalarsi verso sentieri ignoti o proibiti, di inciampare su massi al centro del nostro percorso che non avevamo previsto e che forse avremmo potuto evitare, così come abbiamo deciso di dar forma alle cose, avremo soltanto noi il potere di sgonfiarle.

E se c'è un'altra cosa che il tempo mi ha donato, è che non vi sarà rimorso né rimpianto.
Perché se é vero che le cose sono belle solo se si conserva la bellezza nei propri occhi, quegli stessi possono decidere di scansare ciò che non vibra, non sussulta, non trasmette, in fondo, niente di bello, nonostante l'ostinazione nel voler scorgere un angolo dove le tinte fossero davvero variopinte, come l'arcobaleno.

Perché le cose che entrano nella nostra vita necessitano di cura. 
Altre, invece, di essere estirpate quando non ce ne sarà più bisogno.


L'ultima cosa che ho imparato è proprio questa: varrà sempre la pena farlo.

giovedì 20 aprile 2017

A metà strada

A metà strada tra l'equilibrio e la follia.
Tra l'amore per se stessi e quello che nelle forme più disparate si rivolge agli altri.
A metà tra l'individualismo ed il bisogno, umano, di riempirsi degli altri.
A metà strada tra la solitudine e lo stare con altri.
Tra occhi profondi e quelli che a volte necessitano di rimanere chiusi.
Tra sorrisi spontanei e quelli che gradatamente si spengono.
Tra volti estranei e quelli che profumano di familiarità.
A metà strada tra l'essere se stessi in questo tempo e quello che si potrebbe essere un domani.
A metà tra l'istinto ed i doveri morali.
Tra la spensieratezza e le responsabilità.
Tra il buio e la luce.
Tra un giardino fiorito ed una campagna bruciata.
Tra l'infinito del mare e il finito di se stessi.
Tra un soffione ed uno stelo di un fiore già appassito.
A metà strada tra il cristallo e la roccia.
Tra le debolezze di oggi ed i punti di forza di domani.
Tra quello che siamo e quello in cui dobbiamo migliorare.
A metà tra gli errori e la capacità di perdonare.

A metà strada. È lì che vorrei stare. È dove in fondo vorrei mi cercassero tutti.
Un posto in cui si procede a passo svelto e si decelera quando se ne avverte il bisogno.
In cui non si nasconde nulla. Niente di brutto, ma nemmeno di bello.
A metà, che non significa non sentirsi pieni, piuttosto venirsi incontro. Anche con quella parte di te che avevi imparato ad ignorare.
A metà, che significa accondiscendere, capire, perdonare, mai biasimare. Ma saper dire basta quando ti sembra abbastanza.
A metà, che significa saper agire più del subire.
A metà, che significa avere un cuore che batte e mostrargli rispetto. Almeno a lui. Che continua a farlo sempre, a ritmi costanti.
A metà, che significa compiacere mai al prezzo della propria dignità.
A metà, che significa crescere, con consapevolezza, ma mai più di quanto lo si esiga.

Sono lì. A metà strada. Non perché qualcuno venga a recuperarmi. Si sta bene, spesso, a metà. Con il ricordo dell'inizio, l'entusiasmo della traversata, la gioia di scoprire cosa ci sarà al traguardo.

Ma non saremo metà. Né avremo bisogno di metà cui aggrapparci. 

Saremo interi, in uno spazio che oscilla tra la fine di tutto e l'infinito delle cose che saremo in grado di creare.


A metà strada. È lì che creiamo la vita.

venerdì 14 aprile 2017

48 ore

Tra poche ore avrò il solito volo last minute per raggiungere casa.

Quelle 48 ore in cui vorresti farti una scorta di abbracci che ti possano bastare sino al prossimo ritorno. Che poi, non basteranno mai. 
Quelle 48 ore in cui deciderai di fare cose, rinunciando inevitabilmente ad altre. Quelle cose, che anche se te le senti di fare, non basteranno comunque.
Quelle 48 ore in cui cercherai il tepore di casa, pur avendone in fondo costruito un'altra con grande sacrificio. Ma anche quella, molto spesso, non basta.
Quelle 48 ore in cui cercherai di inseguire gli sguardi, nonostante nella tua quotidianità abbia imparato a guardare altrove. Pure quello, quando ti ci fermi a pensare, non basta.

Ma quando quest'anno ho soffiato la mia 28esima candelina, ho pensato che dovessi cambiare qualcosa. Non le circostanze che ho creato, né i mattoni che con premura abbia messo l'uno sull'altro, continuando ostinatamente a farlo. Che non si può vivere, serenamente, pensando che manchi sempre qualcosa. 
Credendo, in fondo, che nulla basti.
E non perché dobbiamo imparare a bastarci. Dobbiamo imparare ad amarci, é un'altra cosa. 
Così cominceremo ad amare anche un volo last minute di soli due giorni.
L'attesa di un autobus notturno che ci conduca a destinazione.
La valigia semipiena che diventerà stracolma al tuo ritorno.
Gli sguardi che non fuggono, ma che puoi incamerare e portare con te.
Il tuo poco tempo a disposizione. Soprattutto quello.

E non perché, come qualcuno dice, le circostanze esterne non debbano influenzare lo stato d'animo. Noi siamo fatti anche tutte le persone che incontriamo e di tutto ciò che ci accade.
Andare oltre significare ottimizzare quel tempo e fartelo bastare.

Ci sarà sempre qualcosa in più che pretenderai da te stesso.
Qualcosa che vuoi ma che questo tempo non potrà offrirti.
Qualcosa di più dolce.
Qualcosa che possa appagarti di più.
Più presenze.
Più abbracci.
Più cuore.

Ma la verità é che talvolta ce l'abbiamo già, sotto forme ed intensità diverse.

Allora dovremmo pensare che non c'è più tempo per pensare a ciò che non basta.
Non dovremmo maturarne il desiderio.
Non dovremmo dargli spazio.
A lui, come a chiunque ce lo lasci pensare.


Perché in fondo, forse, anch'io vorrei bastare.

mercoledì 12 aprile 2017

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti, ha detto qualcuno una volta.
Ed io in effetti, ancor prima di conoscerne la grandezza, penso di averne fatto quasi un credo.

Quando ho deciso ad otto anni di scarabocchiare un diario inutilizzato e farne il primo libro di storie inventate. Gli diedi un titolo a caso, 'Polvere di stelle', perché ho pensato che forse potesse avere la stessa consistenza della polvere.
Quella che nascondi sotto il tappeto fin quando non decidi di spazzarla via. Quella che nonostante tutto poi riappare in ogni fessura. Quella che tra le mani scivola.
Ma allo stesso tempo qualcosa di affascinante, di magico ed inesplorato, come il raggiungimento di una stella mai scoperta, cui darai il tuo nome, forse. Perché ogni parola attentamente ricercata ed ogni punteggiatura mai messa a caso racchiude una parte di te.

Quando poi ho deciso di scrivere su pezzi di carta.
Di digitare qualcosa alla rinfusa senza sapere cosa ne sarebbe uscito fuori dietro lo schermo di un computer.

Quando ho deciso di farne un romanzo.
E poi un altro.
Non soltanto perché avessi qualcosa da dire.
Piuttosto trovavo la concatenazione di parole, virgole e punti più congeniale al mio modo di essere. Di chi parla, sempre troppo o troppo poco. Forse mai abbastanza. 

Perché forse ho creduto, da sempre, che le parole fossero veramente qualcosa di importante. Tutte quante.
Quelle che ringiovaniscono lo spirito per quanto appaiano fresche.
Quelle che ti attribuiscono responsabilità, perché certe volte occorrono parole perché tu ti senta finalmente addosso il peso dei tuoi doveri.
Quelle che ti accarezzano, come un soffio di vento primaverile.
O che ti bruciano, come i raggi ultravioletti in una giornata di solleone.
O che ti raffreddano, come il gelo pungente di una sera di gennaio. Come il silenzio.
Perché anche loro, le parole non dette, sono importanti.
E l'ho capito quando ho rischiato di perdere tutto in attesa di parole che non sarebbero mai arrivate soltanto perché avevo mani per scrivere ed una bocca per parlare, ma non degli occhi abbastanza profondi da poter vedere.

Perché col tempo, forse, si impara anche questo.
Non che le parole siano meno importanti delle azioni. Ma che queste, per la loro immensa portata, sono in grado di prendere le forme più disparate, di raccogliersi in un gesto, di intrappolarsi in uno sguardo, di incanalarsi in posti in cui non ci saremo mai diretti se non ce l'avessero chiesto o se noi non avessimo imparato a sentire.
Così ciascuno avrà i suoi modi.
I suoi canali.
Il proprio mondo di cui scoprire ogni confine, ogni angolo, ogni orizzonte.
La propria polvere di stelle.

L'importante sarà non rinunciarvi mai.
Farlo, a scadenze definite, solo quanto basta. 
Quando non si avrà la voglia di spiegare.
Quando il nostro mondo ci sembrerà troppo caotico e non sapremo da dove partire per poterlo ordinare.
Perché non si potranno usare parole a casaccio.
Non si potranno porre virgole al posto di punti fermi, né punti interrogativi al posto di quelli esclamativi.
Si dovrà avere la calma di ricercare le parole, dove nessuna sarà giusta o sbagliata. Quando si impregna di quello che sentiamo, quella che ha il volto di chi siamo, che se strizzate lasciano scorrere tutto ciò che mai vorremmo fermare. Quelle saranno da apporre, l'una accanto all'altra.
Sarà allora che avremo creato un qualcosa di nostro. Un pensiero, un gesto, una frase che possa fermarsi ad essere tale o crescere per formare dell'altro. Sarà allora che lo sentiremo, lo leggeremo, lo guarderemo, lo assaporeremo come fosse un frutto maturo caduto dall'albero ed esclameremo: sono io. 

Per questo le parole sono importanti.
O almeno è quello che diceva qualcuno.
È quello in cui mi è sempre piaciuto credere.
Perché se le leggiamo, le ascoltiamo, le scriviamo, ci donano consapevolezza.
Se le riconosciamo nei gesti, tepore.
Perché saremo a casa.
Nel nostro mondo.
Con la nostra polvere di stelle.
Ed avremo fatto un passo in avanti, perché indietro si torna solo per recuperarsi quando ci si perde.