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giovedì 2 giugno 2016

La vita é cosí: una serie infinita di calcoli in cui non esistono risultati perfetti


Molto spesso mi sono imposta delle scadenze al termine delle quali tiravo delle somme.
Questo lo facevo, e tuttora lo faccio, per capire se stia proseguendo nella direzione giusta, dove per giusto non pongo come condizione una serie di equazioni che diano tutte lo stesso risultato, ma numeri messi lì, anche a caso, che nel loro continuo addizionarsi e sottrarsi, moltiplicandosi per poi dividersi, diano un risultato modesto, che possa essere solo il primo di tanti altri.
Come mattone su mattone, un passo dopo l'altro.

Ci sono stati dei momenti in cui il sottrarre mi sembrava la strada più comoda da seguire.
Altri in cui quest'azione proseguiva in modo inarrestabile e non ero io a gestirla.
Momenti in cui invece ho aggiunto numeri aspettando si moltiplicassero con altri.
Momenti in cui questo è accaduto, altri in cui ho capito che l'attesa doveva essere colmata da altro prima che questo accadesse.
Momenti in cui pensavo di condividere, e invece poi ci hanno diviso.

Ma se oggi dovessi dare un nome a tutto questo, non ce ne sarebbe uno appropriato.

Nè momenti, né lezioni di vita.

Perché i momenti fanno pensare a qualcosa di temporaneo, a quegli scatoloni chiusi con il nastro adesivo perché sono fragilissimi e non vogliamo toccarli, né tanto meno aprirli. 
Quelle bolle di sapone in cui soffiamo pochi istanti dopo averle create per annusarne solo il profumo nell'aria, che man mano sfuma, che odora già di passato.
Ed invece questi si collocano in una dimensione senza tempo ed in scatoloni rigidi e tutti aperti, in cui non si annusa la puzza di stantio delle soffitte in cui si nascondono cianfrusaglie inutilizzate.
Sono come numeri che nel loro continuo addizionarsi e sottrarsi, moltiplicandosi per poi dividersi, non abbiano ancora portato ad un risultato esatto e definitivo, nonostante sembri tutto già accaduto.

Nè lezioni di vita, perché tutte le volte che pensavo di aver appreso la lezione, scoprivo che ci sarebbe stato ancora tanto altro da imparare o che, forse, non sarei mai riuscita ad imparare una sola pagina a menadito. 

Ma se c'è una cosa che ho imparato man mano che i momenti si susseguivano e che ricevevo pagelle al termine di ogni lezione, è che non si deve necessariamente dare un nome alle cose, perché non tutte le emozioni, gli attimi, le esperienze ed i bagagli che ci portiamo dietro ne hanno bisogno.

Perché esistono cose che possono avere un metro di paragone, di cui si possono descrivere i contorni, indicare le gradazioni di colori, per cui addirittura immaginare un suono o un profumo.
Ed altre che invece nascono così, prive di connotazione.
E non attendono che tu ne possa trovare una.
Si addizionano perché tu possa credere nella loro esistenza.
Si sottraggono perché tu non possa pensare di poterle possedere per sempre.
Si moltiplicano perché tu possa crederci.
Si dividono, come strade.

Perché la vita é cosí: una serie infinita di calcoli in cui non esistono risultati perfetti.
Una serie infinita di tappe in cui ciascuna sarà come un ponte per l'altra.
Quella in cui non ti sentirai forse mai arrivato abbastanza, fin quando non ti volti e contando i passi che ti separano da dove sei a dove hai cominciato, capisci l'unica cosa che conta: ne è valsa la pena.


Antonia Di Lorenzo - autrice del romanzo Quando torni? disponibile in versione cartacea ed ebook su Amazon, ITunes, Kobo, Scribd, Smashwords, Barnes&Noble e Lulu.

martedì 28 luglio 2015

730 giorni, e sentirli tutti

Sono 730 i giorni che mi separano da quella valigia rossa che non sembrava mai piena abbastanza. Avrei voluto portare con me tutto l’amore che stavo lasciando, e forse anche il mare.

Ma è in questi 730 giorni che ho capito che l’amore non ti abbandona, e allo stesso tempo non permetterà a te di lasciarlo. Continua, sotto forme diverse. 
Ho imparato che non sei tu a scegliere quale di queste portare con te, saranno loro ad imporsi e tu a volte ad accettarle lo stesso, allo scopo di non perderle del tutto.

In questi 730 giorni, ci sono state troppe ore in cui credevo di poter cambiare le cose. A volte ci sono riuscita, altre ho fallito. Ma ho capito che certe cose non cambiano soltanto se ci si mette d’impegno, mentre per alcune il cambiamento é un imprescindibile postulato se le si è scelte. Così ho appurato l’inevitabilità che si annida nel progressivo mutamento delle cose, delle circostanze, ed anche delle persone, ed aspettarlo, come il passaggio delle stagioni.

All’inizio lo temevo, ma questi 730 giorni mi hanno insegnato che anche questo fa parte della vita, quella di cui non si può avere paura, mai. 

Ho capito che bisogna salire un gradino alla volta, per sentire sulle proprie gambe il peso della salita, per sperimentare passo dopo passo la bellezza di immaginare una meta nonostante questa sembri lontana, raggiungerla e prefissarne un’altra, nonostante la stanchezza.

Ho capito che non ci si deve per forza adattare, ma lo si può fare alle proprie condizioni. Che la libertà sta nel non avere pesi sul cuore e compromessi sulle nostre coscienze. È qualcosa che non va dimostrata agli altri, ma è necessario sentirla dentro, come l’unica voce che ci parla, come un vento che non si arresta mai.

Questi 730 giorni mi hanno insegnato che vale sempre la pena darsi delle possibilità, anche per sbagliare, perché in quelle occasioni si comprende dove stiamo andando, ed anche dove invece vorremmo essere, così da tirare il freno, sterzare, e ripartire da un nuovo punto, a patto che sia sempre differente da quello che si lascia alle spalle. 

Tanti giorni che hanno rafforzato la mia idea di progettare un luogo in cui non esistano orologi, né calendari, per avere la forza di creare e disfare senza imporci scadenze. Un luogo in cui ci si perde, ma nello stesso istante ci si ritrova e talvolta si ritorna. Ho impiegato 730 giorni per capire che quel significato che davo al verbo tornare era giusto per gli altri, ma non per me. Così ho dato un volto nuovo a quel luogo in cui tutti dicono un giorno di far ritorno: me stessa. 

Perché il tornare non implica necessariamente uno spostamento fisico, un dirigere i propri passi verso il punto di partenza. Piuttosto un ritrovarsi, un tornare lí dove è giusto restare, con quella parte di noi che sta sbocciando e che non possiamo più ignorare. Ci sono voluti 730 giorni per capirlo: che sono già tornata, ma che non sarà l’ultima volta. 

Ho imparato che si può vivere in case per dodici. Che la solitudine fa bene, ma scontrarsi con la diversità cambia la tua visione del mondo. Che la dieta sana ed equilibrata rigenera l’organismo, ma il cibo spazzatura aumenta gli anticorpi.

In 730 giorni se qualcuno mi avesse voluta davvero, lo avrebbe fatto. Le scuse servono soltanto a giustificare un non volerti abbastanza nonostante tu non gli abbia mai chiesto il perché. L’ho capito soltanto adesso.

730 giorni in cui ho imparato ad amare e detestare. A convivere con i sensi di colpa ed acuirli facendo una corsa al parco o piuttosto ripulire il frigorifero di tutti gli yogurt scaduti che avevo conservato per pigrizia. 

Troppi giorni, forse, per capire che quello che siamo lo dobbiamo solo a noi stessi.

Avrei voluto portare il mare con me, ascoltare il rumore delle onde, annusare l’aria fresca. Non ho potuto. Ma ho costruito 730 giorni, in cui mi ci sono tuffata, ne ho ascoltato ogni sussurro, ho annusato ogni profumo. 


730 giorni, e sentirli, tutti.