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domenica 24 aprile 2016

Le generazioni sono cosí, chilometri da percorrere ignari del tempo che ci vorrà

Ogni tanto mi capita di pensare a come sia accaduto.
Che sia passata dal far parte della generazione ah-perchè-è-già-arrivato-il-weekend a quella che odia il lunedì peggio del ketchup sulla pasta o che santifica il venerdì come fosse una festa comandata.
Che abbia fatto parte della generazione Erasmus, quella che a prescindere da un luogo geograficamente circoscritto, viveva quel momento della vita con slancio ascetico, come fosse un dono divino, un lusso che ci si era concesso, o entrambe le cose, per finire in quella del dove-ci-si-trova-conta-quanto-il-come, anzi talvolta lo influenza.
Che sia passata dal fare la fila per le patatine al Mc Donald's a poi cercare diete dimagranti su google.
Dieta dell'ananas, del limone, del minestrone. 
Perché al tuo posteriore con la forma di patate fritte nell'olio di una settimana, hai preferito una faccia con la forma di ananas, limone, minestrone, o checchessia.

Ma pensavo che le generazioni sono proprio così: finite. Un lasso temporale tra il prima ed il dopo che ci culla fin quando non giungerà il momento in cui sia giusto lasciarci andare.
E cosí saremo stati quella generazione prima di entrare in quella successiva che però non sarà mai la definitiva. Ma le saremo tutte, in egual misura. Ed il bello sarà riuscire a contarle e scoprire di non avere abbastanza dita per reggerne il conto.

Allora saremo la generazione delle corse il primo giorno di scuola per arrivare ad occupare l'ultimo banco in fondo a sinistra. Quella delle corse il primo giorno di università per trovare un posto dove sedere, uno qualunque. Quella delle corse il giorno del tuo primo colloquio importante per arrivare in anticipo. Quella delle corse, nella vita, per non arrivare mai ultimi.

Saremo la generazione di chi sceglieva il compagno di banco per condividere un intero anno spalla a spalla. Di chi, inconsapevolmente, sceglieva quelli universitari con cui condividere i propri dolori intestinali prima di un esame. Di chi poi, ad un certo punto, ha cominciato a selezionare i propri compagni di viaggio, quelli della vita.

Saremo la generazione che trovava amici dappertutto, quella che per trovarli doveva fare due passi e bussare un campanello, per finire poi in quella in cui per incontrarli deve prenotare un biglietto aereo e girare l'Europa, non più attraversare la strada.

Saremo la generazione delle farfalle allo stomaco, del contare le ore che ci separano dal primo appuntamento con il ragazzo cui abbiamo fatto il filo per mesi. Quella del se-non-mi-chiama-gli-invio-un-messaggio. Quella del se-non-mi-chiama-può-andare-al-diavolo. Quella del sono-qui-chiedimi-di-rimanere. Quella del resto-anche-se-non-me-lo-hai-mai-chiesto. Quella generazione in cui nessuno chiederà niente all'altro, perché l'importante sarà esserci. Lui per noi, e noi per lui.
Quella in cui forse il fato deciderà che dovremmo farne a meno, ma noi saremo lì, ad accoglierlo, comunque, perché in fondo, penseremo, l'importante è che siamo ancora vivi per affrontare la vita.

Saremo la generazione delle grandi aspettative, quella delle illusioni confezionate con carta regalo, per passare in quella del "No, grazie, a questo gioco non ci sto più."

Saremo la generazione che per un attimo penserà di avere il mondo in un pugno. Quella che sentirà il peso del mondo. Quella che poi, ad un certo punto, capirà che l'uno o l'altra sia servita per farci diventare quello che sarà più congeniale essere: un granello di sabbia che sfugge a chiunque voglia costringerci a spazi stretti, quello che seguirà i soffi di vento, prima di fermarsi sulla terraferma, dove ne saranno approdati altri, nella stessa modalità o forse diversa. E lí non saremo i padroni del mondo nè sarà lui a tenerci tra le sue mani, ma saremo i padroni del nostro destino, che potrà mutare tante volte, a seconda di come butterà il vento.

Saremo la generazione Erasmus, della vita vissuta come un attimo irripetibile, delle feste in casa, delle diagnosi partorite leggendo wikipedia, dello sperimentare il diverso, del comunicare in una lingua sconosciuta fino ad allora, del sentirci parte di qualcosa che abbia il volto di persone cui riserveremo sempre un posto speciale, nel luogo più profondo che un giorno avevamo chiamato casa per poi capire che sarebbe stato qualcosa di più: quello in cui, attraverso l'altro, abbiamo imparato a conoscerci senza mai dubitare di poter diventare quello che si sognava di essere.
Saremo quella che farà tesoro di tutto, anche quando un giorno si troverà ad osservare le proprie parrucche di colori differenti su di una mensola della propria stanza, le fotografie incorniciate per mantenere vivi quei ricordi, quelli che, sempre, ci faranno ridere di gusto, anche se un tempo non avevamo mai pensato di riuscirlo a fare.
Quella che sognava di scoprire a quale spicchio di mondo sarebbe stata destinata.
Quella che lo scopre e vi comincia a piantare radici.
Quella che, ignara, comincerà a chiamare radici mattoni, e mattoni poi casa.

Quella generazione che morirà di felicità, e poi di malinconia. Di malinconia e poi di felicità.
Prima di arrivare a quella in cui le due si combinano, perché non riuscirà a fare a meno né dell'una né dell'altra.

Quella generazione che credeva che le cose importanti non ci avrebbero mai lasciato, per poi passare a quella in cui conteremo quelle che invece non ci hanno abbandonato.
Ma poi, un giorno, entreremo in quella per cui l'una e l'altra ci avranno insegnato qualcosa che nessuno ci aveva detto in partenza: che nella nostra continua transizione, cambiamo come il passaggio delle stagioni, come la fine di una generazione e l'inizio di un'altra. Ed è così che scopriremo che talvolta le cose importanti le potremmo scoprire soltanto vivendo, e che spesso, come diceva qualcuno, devono ancora venire.

Le generazioni sono cosí: chilometri da percorrere ignari del tempo che ci vorrà.
E quante più ne passeremo, tanto più profondi saranno i nostri occhi.
Ignari che siamo noi a decidere tutto, la partenza così come la meta.






giovedì 17 settembre 2015

Homesick: la nostalgia non é una malattia

Nel posare la tazza di tea fumante sul tavolo, ho guardato il grigiore delle nuvole fuori dalla finestra che facevano da cornice ad una sequenza di tetti spioventi color rame, e ho realizzato quanto la stagione autunnale fosse oramai alle porte. Diciamo che in Inghilterra il suo spirito aleggia nell'aria anche prima, facendo in modo che tu non subisca alcun cambiamento climatico radicale e tenendo sempre la maglieria pesante su di una mensola dell'armadio anche in pieno agosto. Ma forse con l'ufficializzazione dell'autunno data dal calendario, mi sentirò in dovere di indossare il cappotto nuovo e di guardare alle decorazioni natalizie non più come fosse una data troppo lontana.

L'aria più fredda, i colori spenti del paesaggio circostante, le foglie ingiallite che tra poco cominceranno a staccarsi dai loro rami, lasciano pensare ad una nostalgia che non può risparmiare nessuno. E ci pensavo proprio quando in un vagone della metropolitana ho avvertito d'un tratto i profumi di casa, prima che una donna mi si sedesse accanto sgranocchiando patatine al formaggio, la cui puzza non avrebbe risparmiato nessuna narice, nemmeno se avessi avuto il raffreddore.

Come quando torni a casa e alla domanda "come stai?" vorresti trovare un termine adatto. Uno soltanto che eviti la perifrasi sto bene ma a volte ci si sente molto soli. Non soltanto in autunno. Non solo quando cadono le foglie. E neppure solo quando hai una tazza di tea tra le mani che ti riscaldi.
É come un singhiozzo che dura 365 giorni l'anno, anche quando pensavi di aver deglutito abbastanza per lasciartelo passare. È una nostalgia che non si attutisce mai, ma che può essere domata concependola non come fosse una malattia da cui non si guarisce.

Ogni volta basta pensare al tragitto fino ad ora percorso, a quei mattoncini che abbiamo con cura posto gli uni sugli altri, a tutti quei granelli di sabbia che abbiamo fatto scivolare tra le dita, a quella linea all'orizzonte che ogni volta appare sempre più nitida al punto da immaginare di oltrepassarla. Occorre pensare al perchè si è iniziato, ed allora anche la nostalgia diventerà meno amara.

Siamo noi a decidere anche questo: se morire di malinconia, o vivere di aspettative.

Io ho scelto di sentire i profumi di casa prima di realizzare che l'unico profumo esistente fosse quello di patatine al formaggio sgranocchiate dal vicino. Ed ho scelto di farmi entrare nelle narici anche quello, in un vagone che segna un viaggio verso una nuova destinazione. Ho scelto di bere una tazza di tea per riscaldarmi, di essere pronta alla caduta delle foglie prima del previsto e di guardare gli schizzi di pioggia che formano pozzanghere sull'asfalto perchè non posso guardare il mare.

Ma chi conosce la direzione da seguire, non si ammala di nostalgia, piuttosto impara a domarla.